Osservatorio della fine del mondo. (O dell’inizio).

In questi giorni in cui il mondo intero sta davvero dentro lo smartphone, ho ricevuto un messaggio che mi ha fatto molto piacere: una lettrice mi ha scritto dicendo che le mancano i miei spilli, i miei Buongiorno, le parole talismano che sceglievo. Ma dove trovare delle parole di incoraggiamento, di consolazione, in questa pandemia? Non è facile. Così ho deciso di aprire un libro a caso, dalla mia biblioteca: e vedere cosa mi dice. Ecco qui:
“Mi sto convincendo che il mondo vuole dirmi qualcosa, mandarmi messaggi, avvisi, segnali. È da quando sono a Pëtkwo che me ne sono accorto. Tutte le mattine esco dalla Pensione Kudgiwa per la mia consueta passeggiata fino al porto. Passo davanti all’osservatorio metereologico e penso alla fine del mondo che si approssima, anzi è in atto da molto tempo. Se la fine del mondo si potesse localizzare in un punto preciso, questo sarebbe l’osservatorio metereologico di Pëtkwo: una tettoia di lamiera che poggia su quattro pali di legno un po’ traballanti e ripara, allineati su una mensola, dei barometri registratori, degli igrometri, dei termografi…
Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano come decisive.”

La pagina si è aperta da una vecchia edizione Einaudi, rilegata, la copertina già un po’ consumata , di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, di Italo Calvino. Non prendevo in mano il libro da anni, direi decenni. Sono andata avanti? No. Mi basta questa pagina. Oggi cercherò segni nel mondo, ma segni di speranza. Fatelo anche voi.

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