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Pensando a Tbilisi

Georgia? Un tempo non sarei neppure riuscita a trovarla sulla mappa. Poi è successo che ho incontrato una gallerista, che mi ha invitato a Tbilisi, viaggio mitico; ho letto un libro che mi ha trasportato in cent’anni di Georgia attraverso un’incredibile saga al femminile, e ho intervistato la scrittrice; mi sono appassionata dei vini macerati nelle anfore …

Anche per questo mi spiace non essere adesso a Trieste, per la nuova edizione, la 33esima, del Trieste Film Festival https://www.triestefilmfestival.it con un focus dedicato alla Georgia, e a due giovani registe.

Del mio viaggio a Tbilisi ricordo le case antiche, buie, quasi ricamate in legno, con verande illuminate nella notte; il cibo, buonissimo, soprattutto una specie di pane/focaccia calda ripiena di formaggio, che si chiama Khachapuri; l’albergo dove ho dormito, un design hotel, che si chiamava Rooms, nella città vecchia, con tappezzeria a fiori alle pareti scure e una vasca “con i piedi” in camera da letto; la gentilezza delle persone; l’alfabeto, che io stupidamente pensavo fosse quello cirillico, e invece no, è tondo e antico, e non so perché mi ricorda quello indonesiano; i mercatini delle pulci, dove mi sono pentita di non aver comprato un’incredibile macchina da scrivere coi tasti appunto in georgiano, i bagni sulfurei e millenari, specie di terme “private” con anche il tè…

Intanto, ecco qui l’intervista alla scrittrice georgiana, Nino Haratischwili, che era uscita per Il Piccolo di Trieste.

Più di 1000 pagine, eppure morbido da tenere in mano. Non tenetelo per l’estate, cominciatelo subito. Quando sarà finito, vi dispiacerà di uscire dal mondo creato da Nino Haratischwili, l’abile narratrice di “L’ottava vita” (Marsilio, traduzione di Giovanna Agabio). Nino, proprio così, e non Nina: è un tipico nome femminile georgiano, in omaggio alla molto amata santa Nino, con la sua croce di tralci di vite. Sottotitolo del romanzo: “per Brilka”, la dodicenne ribelle a cui si rivolge la voce narrante, ultima piccola donna di questa saga al femminile. Così lo riassume la casa editrice, in copertina: “Una ricetta segreta, sette donne, un secolo di storia”. Vero. Ma questo romanzone è molto di più: vi trascina senza tanti complimenti dentro le storie e la Storia di una famiglia della Georgia, vi butta in mezzo a languori d’amore, ambizioni calpestate, i crimini dell’Armata Rossa e quelli del cuore. Crudeltà efferate (ci eravamo dimenticati dell’assedio di Leningrado, dei gulag, di Beria e Stalin?), ma anche sogni, tanti. Un angolo di mondo esotico e ingiustamente dimenticato, tra Tbilisi con le sue ville ricamate di legno, gli antichi bagni sulfurei, le vicine spiagge del Mar Nero e i vigneti. Già, i vigneti! E anche in Italia, sul Collio, c’è chi si è innamorato dei vini prodotti secondo la tradizione millenaria georgiana. È Joško Gravner, con le sue bottiglie da premio di “orange wine”, fermentato con macerazione nelle anfore sotto terra. Anfore che arrivano proprio dalla Georgia.

Ma, anche se il vino compare spesso nelle pagine del libro, il leit-motiv goloso è una cioccolata calda, deliziosa, stregante, che il capostipite, nella sua fabbrica di cioccolato, inventa a inizio Novecento, e di cui confida ingredienti e preparazione solo a una figlia. Una bevanda che all’inizio consola, ma poi scompiglia e accelera, come un vento stregato, le pagine più terribili del destino di chi la beve. “Densa e compatta, scura come la notte prima di un grande temporale, andava consumata a piccole dosi, calda ma non troppo, in tazze piccole e, in condizioni ottimali, utilizzando cucchiai d’argento”. Nino, non ci può dare la ricetta di questa cioccolata stregata? La scrittrice ride: “No, purtroppo. Ma la più buona che io abbia mai assaggiato era a Vienna, in un piccolo caffè di cui non ricordo né nome né indirizzo. Ricordo solo la sensazione di estasi”. E invece della Georgia, patria perduta per lei che vive da anni in Germania, ci vuole raccontare un cibo, un luogo del cuore? “La valle Alazani, nella regione del Kakheti, terra di vini meravigliosi. Come cibo, semplicemente il melograno: mia nonna lo tagliava e sgranava per me, ero così golosa dei chicchi rossi.” Ha un rituale di scrittura? “Mi è sempre piaciuto lavorare di notte. Quando il mondo dorme e il telefono tace. Ma ora che sono nate le mie figlie, è diventato più difficile”. Lei ha scritto il libro in tedesco, ma la sua madrelingua è il georgiano; che tra l’altro ha un suo bellissimo, arcaico alfabeto, che non ha nulla a che vedere né con quello latino né con il cirillico. “E la parola georgiana che uso più spesso è “vaime”. Significato variabile, perché la traduzione letterale sarebbe: “o mio Dio”, ma si usa per comunicare stati d’animo molto diversi, dalla sorpresa alla rabbia”. A proposito di stati d’animo, una reazione al suo romanzo che l’abbia particolarmente commossa? “Quando un’anziana signora tedesca mi disse che, dopo aver letto il mio libro, aveva finalmente fatto pace con il passato: aveva perso, durante la seconda guerra mondiale, il marito e un fratello. Mentre in Olanda, dopo un reading, un uomo mi avvicinò ma non riuscì a dirmi niente: piangeva e basta”.

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