Le idee Nuove. e le idee vecchie

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“Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle idee nuove. Io sono terrorizzato da quelle vecchie”.

(John Cage)

Immagina. Credici!

Ho incontrato per la prima volta questa frase di John Cage, il grande compositore del Novecento (famoso soprattutto per 4’33’’, un’opera che prevede semplicemente di non suonare nulla per 4 minuti e 33 secondi), citata da Richard Rogers, l’architetto-mito morto da poco a 88 anni, un altro grande del Novecento. Camicie rosa oppure arancione, maglioni azzurri come i suoi occhi: di suo non ho amato solo il Pompidou, ma anche il suo modo di vestirsi, l’allegria colorata, anche durante l’intervista che gli feci qualche anno fa. Era un articolo per Repubblica; dove abbiamo parlato anche di… Trieste!

“Le città, se ben progettate, compatte e socialmente giuste, sono uno strumento fondamentale per combattere le disuguaglianze e i mutamenti climatici», non si stanca di ripetere. «Possiamo costruire una società migliore creando posti migliori in cui abitare». E lui, che nel 2007 ha vinto il Pritzker Prize – un po’ il Nobel dell’architettura – ci ha provato. Immaginando e costruendo il nuovo. Non a caso come epigrafe al libro-autobiografia – e quindi alla sua vita – ha scelto una frase di John Cage: “Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle idee nuove. Io sono terrorizzato da quelle vecchie”. E’ “Un posto per tutti” (Johan & Levi).

«Mia madre era una “potter”, faceva ceramiche; mi regalò le prime quando mi sposai, quasi un “sostituto” della casa che lasciavo. Mi ha insegnato ad amare ciò che è bello e nuovo: fu lei a portarmi, nel dopoguerra, a Londra, a vedere una mostra di Picasso al Victoria & Albert Museum, che all’epoca fece scandalo. Da allora i materiali sono sempre stati importanti per me: anche quelli tecnologicamente più innovativi». Materiali e struttura, che nell’architettura di Rogers è sempre stata inside/out: «La mia architettura tende a essere leggera e flessibile. Puoi leggerla: chi guarda un mio edificio riesce a capire come è costruito. La struttura è fuori, all’esterno». E infatti è così, a partire dal suo edificio-cult: il Pompidou, realizzato nel 1977 insieme al “nostro” Renzo Piano. Che, per Rogers, è stato sempre «il mio migliore amico, praticamente mio fratello».

In quegli anni il loro inside/out scatenò polemiche: esibire tutto quello che di solito è nascosto, gli impianti di aerazione, di riscaldamento, le scale… Quella che poi è diventata la caratteristica più riconoscibile della sua architettura. Lo stesso stile usato a Londra per la sede dei Lloyds, costruita nel 1991. E poi ancora il Millennium Dome, sempre a Londra; il Terminal 5 a Heathrow e il Terminal 4 dell’aeroporto di Madrid-Barajas… Fino ad arrivare all’ultimo grande progetto, il Three World Trade Center, inaugurato a Manhattan sul sito di Ground Zero: un grattacielo firmato insieme a Richard Paul, per Rogers Stirk Harbour + Partners.

Ma Rogers continua a sognare il futuro, con la Tree House: un modello di case low cost e design. Con finestre variopinte. «Non ho paura dei colori», ride. In effetti i suoi look sono sempre intensamente cromatici, un’eccezione in un mondo di archistar che si vestono rigorosamente di nero.

Ma quello che non sapevo, e che scopro durante l’intervista, è che Richard Rogers, che nel frattempo è diventato barone di Riverside (è stato nominato Lord nel 1996) è nato in Italia, a Firenze, nel 1933. Il padre era inglese e quindi – con la guerra alle porte la famiglia se ne andò, nel 1938. «In Toscana ho preso casa, da vent’anni: nella campagna accanto a Pienza, luogo meraviglioso». Dell’Italia ama anche molto Trieste. «Mia madre nacque lì, imparò l’inglese andando a lezione da James Joyce, trasferito da Dublino nella città di mare e di confine». E Trieste aspettava anche Rogers: ci arrivò negli anni Cinquanta, incaricato dal National Service britannico; all’epoca la città, appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, era sotto il controllo delle forze alleate. Trieste, dove abitavano ancora i nonni. Non solo: era il bisnonno che fece costruire il tram di Opcina! «I nonni mi regalarono l’abbonamento all’opera: fantastico. E poi, essere in Italia voleva dire vedere molto di più mio cugino, Ernesto Rogers, che aveva aperto uno studio a Milano già negli anni Trenta». Da lì nasce l’interesse per l’architettura che può cambiare le città e i destini. Perché lo studio fondato dal cugino era BBPR: che firmò, tra gli altri capolavori modernisti, la Torre Velasca. Di quegli anni invece, gli anni Cinquanta della ricostruzione, rimane a Trieste la vecchia stazione di servizio per la raffineria Aquila, sul lungomare. Che c’è ancora, si chiama Stazione Rogers ed è sia bar che piccolo centro aperto a mostre e reading. «Ho sempre trovato molto interessanti i porti», commenta Rogers, stavolta in italiano. Trieste che aspetta ancora lo sguardo e l’energia di un grande architetto che la rimetta sulla mappa… E appunto, pensando al mondo che verrà, se volesse dare un suggerimento a un giovane architetto? «Gli direi di guardare. E viaggiare».

Saggio consiglio che, in fondo, vale per tutti noi.

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