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Tutta la mia vita è una lettera a te

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“Il tipo di rapporto che preferisco è ultraterreno: vedere in sogno. Il secondo è la corrispondenza.”

(Marina Cvetaeva) 

Tutta la mia vita è una lettera a te.

Marina Cvetaeva. L’ho letta nel furore (sì, uso questa parola desueta) dei miei vent’anni. E dopo aver ricopiato le parole di questo Buongiorno, che sono quasi scolpite dentro di me, sono andata a cercare i suoi libri nella mia biblioteca. Libri che non aprivo da tempo, con il prezzo ancora segnato in lire. Mentre scrivo li ho qui, sparpagliati davanti a me: un viaggio nel passato, anche nel mio passato, frasi sottolineate con matite colorate, annotazioni; anni in cui mi affacciavo alla vita, cercavo di capire chi ero, cosa volevo, dove volevo essere, nel mondo.

“Ti aspetto con gioia come se tu fossi un intero paese e completamente nuovo”. Ecco la prima frase che ritrovo. La scrisse la Cvetaeva a Rilke: è “Il settimo sogno”, un piccolo libro di Editori Riuniti, un epistolario a tre, lungo il corso di un anno, il 1926. Loro, tre grandi del Novecento, divisi da chilometri e confini e rivoluzioni, si scrivevano, si aggrappavano a lettere di intimità e vita. La Cvetaeva che in quegli anni viveva, esule, in un villaggio di pescatori in Francia; Rilke in un sanatorio in Svizzera; Pasternak in un piccolo caotico appartamento della Mosca post-rivoluzionaria. 

Vado avanti, un altro libro, ecco una pagina che mi ha sempre fatto pensare a Trieste, anche se la Cvetaeva la scrisse a Parigi:  “Qualsiasi vento è vento di mare, e qualsiasi città, anche la più continentale, nelle ore di vento – è marittima. C’è odor di mare, no, ma: c’è aria di mare, l’odore lo aggiungiamo noi. Anche il vento del deserto è di mare, anche quello della steppa è di mare. Giacché al di là di ogni steppa e di ogni deserto – c’è il mare, l’oltredeserto, l’oltresteppa… Ogni viuzza in cui tira vento è la viuzza di un porto”.  È tratta da un piccolo volume azzurro di una casa editrice femminista che non esiste più, Edizioni delle Donne: “Natalija Gončarova – Ritratto di un’artista”. Ed è il racconto – onirico, frammentato – dell’incontro con la grande artista russa. Una delle donne di cui mi sono appassionata, le prime della mia scoperta delle donne dimenticate nell’arte, una mappa nel mondo e nei secoli.

Ma chi era Marina Cvetaeva, chi c’era dietro quella frangetta anni Venti? Nacque il 1892 a Mosca, morì nel 1941: in mezzo un esilio in Francia, i figli, la rivoluzione, un marito fucilato negli anni confusi e violenti del post-rivoluzione, la fame, ma fame vera, senza niente da mangiare, quella di cui morì la sua seconda figlia; e poi tornare nel 1938 in Russia, “la grande madre Russia”, e morire suicida nel 1941, impiccandosi nell’isba di Elabuga, al confino. 

Questa la sua vita. I dati biografici, nudi e spogli come la immagino, al freddo, nelle case del suo esilio, quelle di cui raccontava la fame e il gelo. Ma al di là del dato biografico, la Cvetaeva è stata fuoco, immaginazione ed esaltazione, poesie, poesie e lettere: come quelle, appunto, che scrisse a Boris Pasternak (sì, il Dottor  Živago), nel folgorante epistolario a tre del 1926. Amori consumati e bruciati senza mai vedersi. “Hai notato che ti regalo me stessa a pezzi?”, scrive a Pasternak. Oggi non carta ma whatsapp, forse… E ancora: “Boris, ti scrivo lettere sbagliate. Quelle vere non toccano la carta. Oggi, ad esempio, spingendo per due ore la carrozzina di Murka per una strada sconosciuta – accarezzando lungo il cammino degli arbusti spinosi in fiore come si accarezza un cane altrui – ecco, oggi, io ho parlato ininterrottamente con te, in te… Quando diventavi troppo pensieroso, ti prendevo con entrambe le mani la testa e te la voltavo: guarda!”. 

Rileggendola ho pensato, con un brivido di vertigine: così sarei potuta diventare, scivolare in quest’abisso di parole; e più oltre, più in giù, abisso di amori non corrisposti ma non per questo meno brucianti. 

E, me ne sono accorta solo dopo aver scritto le parole di commento, anche la frase finale è di un poeta russo, Viktor Šklovskij, con il suo “Zoo o lettere non d’amore”, un piccolo libro Sellerio tanto stropicciato e sottolineato. Sul confine tra sogno e realtà, com’è sempre l’amore.

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