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Cara Lisa, i giacinti e le magnolie

I giacinti e le magnolie. I giacinti profumati che crescono nel mio giardino (e ogni volta mi sorprendono, perché sono un ritorno: sono i bulbi che interro dopo che le piante comprate per la mia scrivania sono sfiorite); e le magnolie che sbocciano di questi giorni. I giacinti con il loro profumo sono quelli che hanno accompagnato la lettera sulla malinconia che mi ha scritto G., e che trovate qui XX, e i vostri commenti. 

S. che mi ha scritto: “La melancolia –come la chiamavano gli antichi – la conosco bene. Imposta da un corpo che troppo spesso si inceppa. La malinconia indotta oggi dalla pandemia può forse diventare anche riflessione, analisi interiore. Quello che non mi aspettavo, e devo dire che non so come affrontare, è la guerra”. Per B. è solo una frase: “Racconti una malinconia che è quella in cui abito”. E un’altra B. (mi piacciono queste iniziali puntate, quasi cifre sulle lenzuola di una volta) mi ha ricordato: “La vita ci fa vedere sempre il nostro lato oscuro, prima o poi. L’importante è farlo fiorire”. Come I bulbi dei giacinti che riposano nel buio? Poi una terza B.: “Lisa, tu hai vissuto a Milano, non le ricordi le magnolie milanesi? Sono tante, dove non te le ricordavi, eccole lì, a testimoniare bellezza e forza di fiori carnosi su rami che paiono secchi. Intanto ti mando una foto della magnolia che vedo qui, da questa casa parigina, dove sono per lavoro”.

Giacinti e magnolie. Mi sono scoperta a cercarle, in questi giorni di freddo e sole. Guarda in faccia un fiore. E cerca di capire cosa ti dice. Mi sono tornate in mente anche le parole di Anaïs Nin: “E venne un momento in cui il rischio di rimanere chiusi in un bocciolo era più doloroso del rischio di sbocciare”. Vi lascio con questo pensiero, se sia possibile fiorire in questo momento, questo momento storico, e – per me e per chi mi ha scritto – dopo i cinquant’anni. E vi lascio con la nuova lettera di G. La stanza delle parole è aperta, i fiori che ho raccolto sono in un bicchiere antico quasi ricamato, il divano vi aspetta. Scrivetemi.

 “Cara Lisa, quante parole sono arrivate nella tua stanza. Voci che parlano ascoltando, cosa rara. Ho visto qualche esitazione sulla soglia del salotto, gambe che si stendono sul tuo divano, la gioia sentirsi comode. E fiori: i giacinti che esplodono al buio e la magnolia che sboccia da rami secchi. Siamo noi questi rami, Lisa? Davvero produrremo ancora incanto in questa età della vita? Io penso di sì. E a farmelo capire è stata proprio la malinconia. L’ho interrogata, dato che era l’ospite d’onore (hai notato che la pandemia occupa solo lo sfondo dei discorsi di tutte?). Malinconia mi era seduta accanto. Credevo fosse fatta di ricordi e di rimpianti: un mix irreparabile.  Poi l’ho guardata in faccia, era tutt’altro. Così ho capito.  Non è quel che ho perso o quel che non ho avuto a mancarmi tanto.  È quello che non ho mai chiesto.  Sono tutti i desideri che non ho ascoltato, quando volevano dirmi chi ero.  Devo ricominciare, o cominciare adesso, a desiderare. Questo ho pensato. Lasciar fiorire tutti i miei rami secchi, far sbocciare qualcosa che forse, quasi certamente, non ce la farà. Ma mi dirà qualcosa che non so di me. Ci sono contorni della mia immagine che chiedono ancora di essere ricalcati a penna. G.”

Questo articolo ha un commento

  1. Cara Lisa, leggo le lettere a te arrivate e la nuova lettera di G. per dare testimonianza di un qualcosa che vale la pena esternare sempre, anche con la malinconia accanto, che a volte ci aiuta a puntare i riflettori su noi stessi e a renderci conto di quel che ci manca. Noi ci conosciamo da tempo, ho attraversato lunghi periodi di malinconia e di malessere molto gravi. Mi hanno dato modo di capire che dovevo chiedere aiuto. Attraverso questa richiesta ho capito che è necessario far sbocciare la parte che chiede di venire fuori, il prezzo che paghiamo se non lo facciamo è alto. Il dolore a volte urla ancor di più quando non è espresso.
    Solo per G.: con un pò di fiducia ce la farà a sbocciare quel qualcosa. Grazie, A.

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