“Era vestita di bianco, e odorava di bianco come lino asciugato sui prati”
(Musil)
La felicità è un abito con dentro l’estate.
Possibile che di tutto “L’uomo senza qualità”, il capolavoro di Robert Musil, letto faticosamente un’estate di qualche anno fa (è bello, ma labirintico e tortuoso), io abbia sottolineato solo questa frase, che poi è diventata un mio Buongiorno? Possibile. (Non è vero, in realtà: ne avevo sottolineato anche un’altra: “Una vita dunque di perpetua istantaneità… una simile vita per lui era semplicemente insopportabile!” E pensavo al nostro mondo fatto di like su Instagram).

Eppure è la prima frase che mi è rimasta dentro, che da allora torna, ogni estate. Forse perché l’estate per me è davvero un abito bianco. Uno dei primi era una vecchia camicia da notte di cotone leggerissimo, comprata probabilmente in qualche mercatino dell’usato, con i bottoncini che fermavano le spalline; un piccolo ricamo, bianco su bianco, davanti. L’ho portata soprattutto sulle isole dove andavo da ragazza, e che sono ancora nel mio cuore, nel Quarnero; l’ho messa finché si è strappata. Poi ho avuto un abito bianco di garza leggera indiana, con le maniche a pipistrello, regalato da un’amica (un mix Londra-India, anche lei legata alle isole, legata al mio mare, me l’aveva portato un’estate). L’ho molto amato, e ancora oggi la penso quando la indosso. A volte le scrivo, quando apro l’armadio per la prima volta. Ma scrivo più a me stessa, perché quest’amicizia è finita, sbriciolata, irrecuperabile.
Che strano, penso, che ci siano amicizie che, come abiti, dimentichiamo nell’armadio; altre che, come abiti, si distruggono con gli anni. O che non ci vanno più: abbiamo cambiato taglia, anche di vita, e quell’amicizia ci va troppo stretta o troppo larga; oppure ci guardiamo allo specchio e, semplicemente, con quell’abito – con quell’amica – non siamo più noi.
Capita. Lo so. È capitato anche a me, e mi ha lasciato quasi stupita: forse perché sono cresciuta pensando che le amiche fossero per sempre. E invece no.
Apro l’armadio: ecco gli altri abiti bianchi, che comincio a indossare adesso, abiti che per me sanno sempre di mare, di libertà, di felicità. L’ultimo è di un cotone quasi croccante, è di Bergfabel, e l’ha scelto per me Claudia, la proprietaria di uno dei negozi di cui ho scritto, Malizia a Rimini. No, non è pubblicità. Ma un vero ringraziamento: non ci siamo mai incontrate, eppure ha saputo scegliere questo per me. Senza mai conoscermi di persona, solo seguendomi su Instagram; parlando, ogni tanto, di abiti e della libertà che certi abiti – ampi, apparentemente senza forma – ti danno. È bello questo incrociarsi per caso e chiacchierare da lontano, una lievissima intimità digitale fatta di affinità.

E proprio oggi, fuori dal supermercato dove faccio a volte la spesa, seduta nel luogo-non-luogo del bar nel parcheggio a bere un matcha latte e guardare la gente che passa, ho visto una donna che procedeva spedita verso la macchina col carrello, un lungo abito bianco sbracciato. Avrei quasi voluto rincorrerla e fermarla per dirle: ma quest’abito, bianco, perché? Come l’hai scelto, cosa ti racconta? Mi è venuto da ridere da sola perché probabilmente non le racconta niente: l’abito bianco si sceglie d’estate, come d’inverno un little black dress, niente di più. Comunque non ho avuto il coraggio di rincorrerla e chiederglielo: meno male, avrebbe pensato ad effetti nefasti del climate change e del caldo.
Così eccovi, abiti bianchi. Quasi delle pagine di diario, le pagine su cui scrivo luglio e agosto. Ma, al contrario delle pagine di carta, che una volta scritte sono scritte per sempre, e si possono solo strappare, i vestiti possono davvero ridiventare bianchi: basta metterli in lavatrice. O forse no. Ho il sospetto che alcuni portino per sempre dentro la memoria di un giorno.
